Anno 2003 Numero 2  
 
Il processo con pluralità di parti
Questo il tema della quarta lezione tenuta dalla professoressa avvocato Maria Pia Gasperini
 
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Nella lezione della Scuola Forense tenuta il 1° giugno 2002 dalla prof. avv. Maria Pia Gasperini dell’Università di Camerino, è stato trattato il tema della pluralità di parti all’interno del processo.
Alcune situazioni processuali richiedono la necessaria presenza di tutte le parti portatrici di interessi coinvolti nel processo; altre situazioni, invece, richiedono solamente la presenza facoltativa di esse.
Nella prima ipotesi si parla di “litisconsorzio necessario”, nella seconda di “litisconsorzio facoltativo”.

LITISCONSORZIO NECESSARIO (art. 102 c.p.c.)
Tale situazione si verifica in tutti i casi in cui un processo deve necessariamente essere instaurato da più parti, o nei confronti di una pluralità di parti.
Questo fenomeno viene definito litisconsorzio necessario sostanziale, per distinguerlo dal litisconsorzio necessario processuale, che si verifica quando un processo viene instaurato da una sola parte nei confronti di un’altra, ma nel corso del procedimento sorge l’esigenza di dar vita al litisconsorzio. Il processo diventa così litisconsortile e le diverse cause in esso trattate non possono più essere scisse.
LITISCONSORZIO NECESSARIO SOSTANZIALE.
Per fare alcuni esempi di litisconsorzio necessario sostanziale si può pensare al giudizio relativo allo scioglimento di comunioni (art. 784 c.p.c.), al giudizio per l’accertamento di usucapione riguardante un immobile appartenente a più soggetti, all’azione di simulazione di contratto stipulato fra più parti, oppure ancora all’azione per l’accertamento della nullità del testamento che istituisca più eredi.
Se non viene instaurato il litisconsorzio in una ipotesi in cui ciò è necessario, è indispensabile integrare quanto prima il contraddittorio, poiché se si arrivasse all’emanazione della sentenza con contraddittorio non integro questa sarebbe invalida. Se il predetto vizio venisse rilevato nella fase di legittimità, verrebbero annullate tutte le sentenze dei gradi precedenti ed il giudizio dovrebbe ricominciare dall’inizio, avanti al giudice di primo grado.
A tal proposito si rammenti che il secondo comma dell’art. 102 c.p.c. prevede la possibilità di integrare il contraddittorio entro un termine perentorio concesso dal giudice.
La giurisprudenza ha risolto alcuni casi particolari:
- nell’ipotesi di domanda giudiziale proposta solamente nei confronti di una parte e non anche dei litisconsorti necessari, se successivamente il contraddittorio viene integrato, alcuni effetti sostanziali (fra cui l’interruzione della prescrizione) si producono anche nei confronti delle parti che inizialmente non erano state chiamate in causa, mentre non si producono quegli effetti che sono strettamente collegati alla necessità che la domanda sia effettivamente portata a conoscenza dell’altra parte (come la maturazione degli interessi);
- nell’ipotesi in cui le parti non ottemperino all’ordine ex art. 102 comma 2 di integrazione del contraddittorio, il processo si estingue; ma l’estinzione non è rilevabile d’ufficio, bensì deve essere oggetto di eccezione di parte. La giurisprudenza ritiene che, se l’eccezione non viene sollevata dalla parte, il giudice, non potendo rilevare d’ufficio l’estinzione, deve dichiarare l’improcedibilità del processo. E se anche il giudice non si accorge del vizio, la sentenza deve essere considerata invalida, con la conseguenza che la stessa non produrrà alcun effetto nei confronti dei soggetti che hanno effettivamente partecipato al processo.
LITISCONSORZIO NECESSARIO PROCESSUALE.
Si già detto che tale situazione ricorre quando un processo viene instaurato da una sola parte nei confronti di un’altra, ma nel corso del procedimento sorge l’esigenza di dar vita al litisconsorzio.
A titolo esemplificativo si pensi al caso in cui il convenuto chiami in causa un terzo che considera essere il vero obbligato: una volta che il terzo si è costituito nel giudizio la sua posizione e quella del convenuto originario non possono più essere scisse e la decisione deve essere assunta anche nei suoi confronti. Lo stesso accade anche nell’ipotesi in cui il terzo venga chiamato in causa per ordine del giudice ai sensi dell’art. 107 c.p.c.
Ancora, si faccia riferimento all’ipotesi di una causa avente ad oggetto rapporti obbligatori: se una delle parti muore e vengano chiamati in causa gli eredi della medesima, questi devono essere chiamati in causa tutti.
Accanto al litisconsorzio necessario sostanziale e processuale può essere individuato un TERZO TIPO DI SITUAZIONI, nelle quali la legge impone per ragioni di opportunità che il litisconsorzio sia instaurato fin dall’inizio del processo.
La differenza rispetto al litisconsorzio previsto dall’art. 102 c.p.c sta nel fatto che in questi casi non c’è un rapporto unitario, ma la presenza di tutte le parti è comunque necessaria per motivi di opportunità.
Ciò accade quando in un giudizio di divisione i creditori dei singoli partecipanti alla comunione si oppongano alla divisione stessa: l’art. 784 c.p.c. prevede che “le domande di divisione ereditaria o di scioglimento di qualsiasi altra comunione debbono proporsi in confronto dei creditori opponenti se vi sono”.
Oppure ancora il 2° comma dell’art. 2900 c.c. (in tema di azione surrogatoria) stabilisce che il creditore, al fine di tutelare le proprie ragioni, può esercitare i diritti e le azioni che spettano verso i terzi al proprio debitore e che costui trascuri di esercitare; ma, qualora intenda agire giudizialmente, deve citare anche il debitore al quale voglia surrogarsi.
Infine l’azione per il risarcimento dei danni da incidente stradale, ai sensi degli artt. 18 e 23 legge 990/69, deve essere proposta dal danneggiato sia nei confronti della compagina assicuratrice sia nei confronti dell’assicurato danneggiante.

LITISCONSORZIO FACOLTATIVO (art. 103 c.p.c.)
Nelle ipotesi di litisconsorzio facoltativo, come spiegato dalla denominazione stessa, la presenza di più parti non è obbligatoria, ma è resa comunque opportuna dalla connessione fra cause.
In particolare le ragioni su cui si basa l’instaurazione del litisconsorzio sono da ricercare nell’esigenza di economia processuale relativamente all’istruttoria o nella necessità di evitare giudicati contrastanti.
Se un incidente stradale causa danni a più soggetti il fatto illecito è unico (c’è connessione per titolo). In tal caso è opportuno che le diverse parti danneggiate agiscano insieme per evitare contrasti di giudicato.
Se il creditore agisce per ottenere l’adempimento dell’obbligazione nei confronti del debitore principale è opportuno che l’azione si estenda anche al fideiussore, poiché si è in presenza di una connessione per petitum (l’obbligazione gravante sul debitore è la medesima che grava sul fideiussore).
Nel litisconsorzio facoltativo, a differenza di quanto accade nel litisconsorzio necessario, le diverse cause proposte insieme mantengono la loro autonomia. Pertanto, successivamente, le stesse possono essere separate ex art. 103 comma 2, se “vi è istanza di tutte le parti, ovvero quando la continuazione della loro riunione ritarderebbe o renderebbe più gravoso il processo”. Anche sotto l’aspetto della disciplina processuale tali cause mantengono la loro autonomia. Dunque le questioni relative alla competenza e alla giurisdizione devono essere valutate separatamente, poiché per alcune di esse potrebbe essere competente un giudice, mentre per altre potrebbe essere competente un altro giudice.
Al riguardo la giurisprudenza (Cass. 14.1.2000, n. 347) ha stabilito che la proposizione cumulativa di cause contro più soggetti non è sufficiente a costituire un vincolo di connessione tra le stesse – né rileva che vi sia una mera connessione probatoria tra i comportamenti agli stessi attribuiti – a tal fine essendo necessario che le cause siano connesse per l’oggetto o per il titolo. Pertanto, in caso di azioni risarcitorie proposte da uno stesso soggetto contro lo Stato ai sensi dell’art. 2 legge 13 aprile 1988, n. 117 e contro il magistrato ai sensi dell’art. 13 della stessa legge, poiché la prima è fondata sul comportamento doloso o gravemente colposo posto in essere dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, e la seconda sulla commissione, da parte del medesimo e nell’esercizio delle sue funzioni, di un fatto costituente reato, le relative cause non sono connesse e non sussiste litisconsorzio necessario passivo.

Quindi l’eccezione di incompetenza territoriale formulata da magistrati convenuti per la responsabilità civile, è inefficace nei confronti dei componenti del medesimo collegio giudicante non costituitisi, con la conseguenza che il giudizio contro questi ultimi può proseguire dinanzi al giudice adito dall’attore, mentre nei confronti degli eccipienti dinanzi al giudice dichiarato competente per territorio.
Ancora, con riferimento alla giurisdizione, la Cassazione (sentenza 26.7.2000, n. 9975) ha precisato che qualora venga proposto regolamento di giurisdizione solamente per una delle cause proposte unitamente alle altre, il processo viene sospeso unicamente in relazione a questa, mentre per le altre prosegue.
La giurisprudenza (Cass. 12.6.2001, n. 7908) ha recentemente statuito che il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni; pertanto, la loro congiunta trattazione lascia integra la loro identità tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause decise: conseguentemente, la liquidazione delle spese giudiziali va operata in relazione ad ogni singolo giudizio, posto che solo in riferimento alle singole domande è possibile accertare la soccombenza, non potendo essere coinvolte in quest’ultima soggetti che non sono parti in causa.
Il PRINCIPIO DI AUTONOMIA delle cause, sancito dalla giurisprudenza appena citata, viene sostituito in materia istruttoria dal PRINCIPIO DI ACQUISIZIONE.
Ciò comporta che il giudice potrà valutare le prove che si riferiscono ad una delle cause riunite anche relativamente alle altre. Al riguardo si veda la sentenza della Cassazione 2.2.2001, n. 1505, la quale ha stabilito che nel caso di chiamata in garanzia, il rapporto di connessione esistente tra la domanda principale e quella di manleva, consentendo il “simultaneus processus”, determina l’assoggettamento di tutte le parti dell’unico procedimento al principio di acquisizione, in base al quale le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale sono state formulate, concorrono nella loro globalità ed indistintamente alla formazione del convincimento del giudice, senza che la diversa provenienza delle stesse possa condizionare tale formazione in un senso o nell’altro e quindi senza che possa escludersi l’utilizzazione di una prova fornita da una parte per trarne argomenti favorevoli all’altra.
L’art. 10 comma 2 c.p.c. prevede che qualora vengano proposte nello stesso processo più domande nei confronti della medesima persona le stesse si sommano fra loro, e gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione delle domande si sommano con il capitale.
Si è pensato che questa norma potesse trovare applicazione anche nell’ipotesi di litisconsorzio facoltativo, ma la giurisprudenza (Cass. 12.10.1998, n. 10081) ha negato tale possibilità, disponendo che il cumulo di domande stabilito agli effetti della competenza per valore dall’art. 10 comma 2 c.p.c. riguarda solo le domande proposte tra le stesse parti, mentre non si riferisce all’ipotesi di domande proposte nei confronti dello stesso soggetto da diversi soggetti processuali, in ipotesi di litisconsorzio facoltativo disciplinato dall’art. 103 c.p.c, nel qual caso, non richiamando detta ultima norma l’art. 10 comma 2 c.p.c., la competenza si determina in base al valore di ogni singola domanda.
L’art. 33 c.p.c. sancisce che “le cause contro più persone che a norma degli articoli 18 e 19 dovrebbero essere proposte davanti a giudici diversi, se sono connesse per l’oggetto o per il titolo possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza o domicilio di una di esse, per essere decise nello stesso processo”.
A tal proposito la Cassazione (sentenza 1.7.1994, n. 6269) ha precisato che la connessione di cause per titolo o per l’oggetto consente lo spostamento della competenza per territorio, ai sensi dell’art. 33 c.p.c., solo con riguardo al foro generale delle persone fisiche o giuridiche, e non a quello elettivo relativo ad uno dei convenuti, perché le regole contenute negli artt. 31 e ss. c.p.c., in quanto derogatrici dei principi generali sulla competenza, non possono essere interpretate o applicate estensivamente quando il giudice della causa principale sia determinato convenzionalmente per effetto di una clausola negoziale.
Si può, infine, rilevare la differente disciplina dell’interruzione del processo e dell’estinzione del medesimo con riferimento al litisconsorzio.
Infatti, mentre l’interruzione del processo litisconsortile opera nei confronti di tutte le parti in causa (Trib. Firenze 24.11.1992 che riproduce l’orientamento consolidato della giurisprudenza), la riassunzione del processo in seguito all’interruzione opera solamente nei confronti di quelle parti alle quali l’atto sia stato notificato, mentre per le altre il processo si estingue.
Pertanto, mentre pare ammessa la riassunzione parziale, non è, invece, consentita l’interruzione parziale.

INTERVENTO VOLONTARIO DI TERZI (art. 105 c.p.c.)
Può accadere che alcuni soggetti intervengano nel processo introducendo una nuova causa connessa a quella principale per titolo o per oggetto.
Si parla al riguardo di intervento volontario del terzo nel processo.
Questo intervento può essere di tre tipi: intervento ad escludendum, intervento adesivo autonomo e intervento adesivo dipendente (ad adiuvandum).
INTERVENTO AD ESCLUDENDUM: si verifica tale ipotesi quando un soggetto interviene nel processo facendo valere un diritto che, sebbene connesso per titolo o per oggetto con la causa principale, è completamente autonomo rispetto ad essa e tale diritto è incompatibile con le posizioni delle altre parti.
Costituisce intervento ad escludendum quello ad opera del creditore del promittente venditore che interviene nella causa sostenendo la simulazione del contratto preliminare posto in essere fra promittente venditore e promittente acquirente, al fine di ottenere la revocatoria del contratto preliminare (Trib. Roma 15.1.1988).
INTERVENTO ADESIVO AUTONOMO: in tale ipotesi un soggetto interviene nella causa sostenendo le posizioni di alcune delle parti.
A tal proposito la giurisprudenza ha precisato che così come più parti danneggiate nel medesimo sinistro possono agire nello stesso processo a titolo di litisconsorzio facoltativo ex art. 103 c.p.c., allo stesso modo ciascuna di esse può intervenire volontariamente nel giudizio promosso da uno soltanto dei danneggiati, ai sensi dell’art. 105 comma 1 c.p.c., allo scopo di far valere il proprio autonomo diritto al relativo risarcimento (Cass. 21.7.2000, n. 9566).
I due predetti tipi di intervento hanno in comune la caratteristica di introdurre nel processo domande nuove rispetto a quella principale.
INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE (AD ADIUVANDUM): tale tipo di intervento, che è previsto dal seconda comma dell’art. 105 c.p.c., non comporta alcuna innovazione nella causa, perché il terzo che interviene fa valere un suo mero interesse a sostegno della posizione di una delle parti. E l’interesse fatto valere dal terzo, essendo dipendente dalla posizione di una delle altre parti in causa, subisce la sorte di quest’ultima, pertanto se tale posizione non viene accolta anche l’interesse sostenuto dal terzo viene travolto.
E ciò che accade nell’ipotesi di intervento nel processo del sublocatore a sostegno della posizione del locatore nei confronti del conduttore (Cass. 10.11.1998, n. 11224).
Il terzo che esperisce intervento adesivo dipendente non ha poteri processuali autonomi, poiché questi sono limitati dalla linea difensiva della parte a sostegno della quale è intervenuto.
La Cassazione (sentenza 14.5.1999, n. 4771) ritiene che l’intervento del terzo nel processo possa essere esperito sino al momento della precisazione delle conclusioni, poiché la formulazione della domanda costituisce l’essenza stessa dell’intervento, sicché la preclusione sancita dall’art. 268 c.p.c. (in virtù del quale il terzo intervenuto nel processo non può svolgere l’attività istruttoria preliminare e probatoria che la fase eventualmente avanzata del procedimento non consenta alle altre parti) non si estende all’attività assertiva del volontario interveniente, nei cui confronti non è operante il divieto di proporre domande nuove che vincola le parti originarie ai sensi degli artt. 167 e 183 c.p.c.

Natascia Bellucci